Troppa competitività a scuola: cosa fare?

non ho amici

Ho quattordici anni, frequento il primo anno del liceo classico e so di aver bisogno di un aiuto, perché sono entrata in un tunnel del quale non riesco a vedere l’uscita, e tuttavia so che parlare con qualcuno, magari con un esperto, possa confortarmi, seppur poco. Il problema di tutto scaturisce dalla mia indole, che è estremamente competitiva e desiderosa di primeggiare, di far vedere di essere sempre la migliore, la più brava, di essere ricoperta di elogi.

Questo, da come può invece indurre erroneamente a pensare, non è causato da un’educazione all’essere impeccabile sin da bambina, anzi. Mamma e papà hanno sempre avuto molto a cuore, come è normale, la mia serenità, sia fisica sia mentale, permettendomi di scegliere la scuola media, lo strumento da suonare, lo sport da praticare, il conservatorio da frequentare, e poi anche la scelta fatidica: il liceo. Non è infatti un caso che, ora come ora, dopo tutto quello che è successo, mi abbiano minacciato di cambiare scuola. Il classico è una scuola che amo, fa davvero per me. Questo tipo di studi mi affascina e sento che da una parte non avrei potuto fare scelta migliore. Ma non avevo messo in conto che la consueta competitività che per antonomasia vige tra quei banchi, tra l’altro fra studenti molto valenti, avrebbe creato non pochi problemi a causa della mia indole, che mai come ora avevo conosciuto. E’ solo terminato il primo anno, che pure è stato per me un inferno, e ne dovrò intraprendere altri quattro, prima di giungere al diploma. Sono consapevole di aver lasciato correre questo e che se non mi impegnerò seriamente affinché qualcosa cambi, perderò gli anni più belli di tutta la mia adolescenza. Il fatto scatenante è probabilmente stato quello di ritrovarmi in classe con un gruppo di persone già dalle medie abituate a primeggiare, e che quindi, come me, credevano che fosse possibile duplicare il risultato anche al liceo. Nel primo quadrimestre ero già in una competizione che rasentava la malattia con un mio compagno. Probabilmente aveva ricevuto una preparazione migliore della mia, e per questo motivo già dai primi mesi di scuola i suoi voti varavano tra il 9 e il 10. Ora, le valutazioni: ho cercato di analizzare attentamente il loro ruolo nella mia vita, scolastica e non. E se nel primo quadrimestre arrivavo a piangere per un 8, solamente perché il mio compagno aveva magari preso 9, nel secondo le cose sono cambiate radicalmente. Ho conosciuto meglio una ragazza nella mia classe, e abbiamo stretto subito un rapporto di amicizia saldo. Tuttavia non trascorse molto tempo per accorgermi che lei fosse competitiva quanto, e se non più, di me, in quanto proveniente da un ambiente delle medie in cui già si era trovata in una simile situazione. Quindi, ben presto anche la voglia e il piacere dello studio, dell’imparare, sono venuti meno. Ora, ho cercato di capire più a fondo il concetto di ambizione e competitività, mettendoli in relazione, o almeno provandoci, a quello che IO voglio, a quello che per me significano. E se la prima può avere un impatto positivo e stimolante, penso che la seconda, almeno per come l’abbiamo alimentata tutti sin dall’inizio, non faccia altro che distruggere le nostre vite di adolescenti. Sta di fatto che, a partire dal secondo quadrimestre, questo spirito di primeggiare si è spostato da me e il compagno, a me e la mia amica, e questo sta anche mettendo a rischio il nostro rapporto. Lei sta male per i voti che ha, io sto male per l’ansia che ho, perché dal momento che ora la mia media è del 10, è come se sentissi un obbligo di dover sempre prendere 10 e non abbassarmi mai. Ma il problema non è tanto quello, quanto quello di dover dimostrare di essere l’uno migliore dell’altro, odiandoci reciprocamente per aver fatto uno stupido errore di meno. Ieri era in programma una verifica di greco, e non avevo paura, non sentivo questa ansia. Sono uscita dall’aula verifiche abbastanza soddisfatta della versione tradotta. Ma, come è consuetudine, all’ora successiva si sono subito avanzati confronti (“Quella frase a me viene…..quell’altra….”). Sta di fatto che questo, almeno per quanto mi riguarda, è distruttivo, perché non esiste cosa peggiore di scoprire che i miei due compagni hanno fatto in un modo diverso dal mio e che mi sembra più corretto. Quindi, è da ieri che penso a questo compito, angosciandomi e prendendomela con me stessa, senza davvero pensare a nient’altro. Trascorrerò due settimane, prima che il professore ci riconsegnerà le verifiche, di inferno, al pensiero che la mia amica possa aver preso 10 e quindi che riceverebbe una serie di elogi dal professore, come è successo a me circa un mese fa. Non riesco a capire però la nascita di tutto. Essendo molto amiche, se prendesse per una volta un bel voto alzandosi dalla media dell’8, non dovrei essere contenta? Come posso fare per non pensarci, o almeno farlo di meno e in un modo non compulsivo?

La competizione è positiva se costruttiva poiché permette alle persone di migliorare senza rinunciare a se stesse.

Se  al contrario la induce alla sofferenza è chiaro che distrugge i rapporti agendo prevalentemente sull’autostima e sul proprio narcisismo. In effetti, tali comportamenti possono essere legati ad una esigenza narcisistica che porta gli individui ad eccellere per ottenere elogi e gratificazioni con gravi perdite sul piano personale e sulla stima di sé che dipende quasi esclusivamente dal giudizio altrui e dai risultati che riesce a raggiungere a discapito dei rapporti affettivi.

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